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La Senyera, i cohetes e una piazza: il rito che tiene insieme Bétera

La Senyera, i cohetes e una piazza: il rito che tiene insieme Bétera

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Alle 19.30, davanti a Casa Nebot, una Senyera esce in strada e trasforma un percorso fino alla piazza del Castello in un modo di stare insieme. Il programma del 9 d’Octubre a Bétera suggerisce che le feste civiche non vivono di sola memoria: hanno bisogno di corpi, rumore e di un luogo dove ritrovarsi.

Alle 19.30, davanti a Casa Nebot, la Senyera è partita verso la piazza del Castello: così racconta l’unico resoconto disponibile della celebrazione del 9 d’Octubre a Bétera. Non è un tragitto pensato per arrivare in fretta. È un tratto di paese percorso insieme, con una bandiera, persone in abito di festa, musica e cohetes che danno al camminare un ritmo tutto loro.

Per chi abita a Valencia, Bétera può sembrare appena oltre il bordo della città, una destinazione da metro o da strada che si associa facilmente alla Serra Calderona. Eppure, nelle giornate di festa, un comune non si misura in chilometri dal capoluogo: si misura dalla capacità di far riconoscere le proprie piazze a chi le attraversa.

Il 9 d’Octubre offre proprio questa scena: non un ricordo chiuso in un edificio, ma simboli messi in movimento. La processione civica è il gesto semplice con cui una storia pubblica smette di essere una formula e diventa qualcosa che passa sotto i balconi, si sente arrivare e occupa la strada.

Una bandiera ha bisogno di un percorso

Secondo il resoconto disponibile, il corteo ha unito Casa Nebot e la piazza del Castello, accompagnando la Senyera fino ai piedi del monumento storico. In una festa civica il percorso conta quanto la destinazione: decide quali angoli diventano palco, dove ci si affaccia, chi può unirsi senza invito e dove il paese si ferma davvero.

La rappresentanza non era lasciata a un gruppo indistinto. Il resoconto segnala la presenza delle Obreras e dei Mayorales 2027, delle Falleras Mayores, della Junta Local Fallera e delle commissioni falleras. Sono nomi che, per chi non conosce bene la vita associativa valenciana, possono sembrare cerimoniali; in realtà indicano una rete di persone che conserva calendari, abiti, incarichi e la pazienza pratica necessaria perché una tradizione abbia continuità.

La sindaca Elia Verdevío ha descritto la ricorrenza come un’occasione per condividere l’orgoglio delle radici e difendere le usanze che identificano i valenciani. Le sue parole, riportate dalla stessa fonte, spiegano il linguaggio della cerimonia: non basta esporre un simbolo, bisogna dargli una comunità che lo porti.

«Es un día para celebrar juntos, para compartir el orgullo de nuestras raíces y defender las costumbres que nos identifican como valencianos».

Il rumore non è un dettaglio

A Bétera la pólvora non fa da sottofondo. Secondo l’unico resoconto disponibile, le Obreras e i Mayorales hanno accompagnato il corteo con la tradizionale passejà di cohetes, mentre nella piazza del Castello un castello di fuochi ha concluso l’atto istituzionale. Il suono divide sempre: c’è chi lo aspetta e chi preferirebbe una sera più quieta. Ma nelle feste valenciane il rumore è anche un linguaggio di appartenenza.

Chiamare Bétera poble coeter, come fa il resoconto, significa prendere sul serio quel linguaggio. La pólvora non è un effetto decorativo aggiunto alla musica o alle fotografie; ordina l’attenzione, segna i passaggi e chiede a tutti di riconoscere che sta accadendo qualcosa di collettivo.

La mascletà notturna sul paseo de la Alameda, attribuita nel resoconto a Global Foc - Caballer FX, porta questa idea oltre l’orario del corteo. Di notte il suono cambia la scala dello spazio: non guida soltanto lo sguardo verso una facciata o una piazza, ma mette in relazione case, passeggiata e persone che arrivano per ascoltare.

La pólvora richiede sempre attenzione alle indicazioni sul posto e ai perimetri predisposti dagli organizzatori: la festa funziona anche perché il pubblico sa quando lasciare spazio al rito.

Non solo banda: un paese che si mette in scena

Il resoconto cita il Grup de Danses FGVE con i suoi gegants i cabuts, la Colla Xe que Burrà e una charanga. È un insieme di formati diversi: figure alte e caricaturali, danza, strumenti della tradizione e musica capace di trascinare una strada. La loro presenza dice che una festa civica non chiede al pubblico solo silenzio e rispetto; gli concede anche gioco, movimento e riconoscibilità.

Questa mescolanza è forse la sua parte più utile. Una celebrazione esclusivamente istituzionale rischia di diventare lontana da chi la guarda. Una verbena senza segni condivisi rischia invece di assomigliare a molte altre. Quando la Senyera, le associazioni festive, i danzatori e la pólvora entrano nello stesso programma, ciascun elemento cambia il peso dell’altro.

Il consigliere alle Fiestas y Tradiciones Manuel Pérez, sempre secondo l’unica fonte disponibile, ha parlato della ricorrenza come di un avvicinamento alle radici e alla storia attraverso una commemorazione comune. Non è necessario vivere a Bétera per capire l’idea: i paesi attorno a Valencia mantengono una personalità precisa proprio quando lasciano che le loro associazioni occupino lo spazio pubblico.

Dopo il corteo, la piazza resta aperta

Il programma si è spostato sul paseo de la Alameda, dove, secondo il resoconto, dopo la mascletà l’Orquesta La Tregua ha animato una verbena popolare aperta alla cittadinanza. È un dettaglio importante: dopo la parte solenne non arriva il vuoto, ma un’altra forma di incontro.

Le feste durano quando sanno cambiare registro. C’è chi segue la processione per la Senyera, chi aspetta la pólvora, chi arriva per la musica o incontra amici senza aver pianificato di restare. Una verbena offre a tutti una soglia bassa d’ingresso: non serve conoscere il protocollo per condividere una piazza.

Per chi vuole comprendere Valencia oltre le sue grandi cartoline, vale la pena osservare questi passaggi nei comuni vicini: la bandiera che avanza, il rumore che chiama, le associazioni che rendono visibile il proprio lavoro, la musica quando la parte formale è finita. Sono gesti locali, ma insegnano una lezione ampia: una città e il suo territorio continuano a parlarsi finché trovano occasioni per stare, letteralmente, nella stessa strada.

Il 9 d’Octubre a Bétera mostra che un rito civico resta vivo quando alla memoria aggiunge un percorso, associazioni riconoscibili e una piazza in cui chiunque possa fermarsi.