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La Valencia verde non si regge sui pini, ma sulla loro cura

La Valencia verde non si regge sui pini, ma sulla loro cura

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Dopo l'incendio di El Saler, una cosa appare con particolare chiarezza: il paesaggio naturale di Valencia non si conserva da solo. Zone umide, risaie e dune di pini funzionano soltanto se hanno tempo per riprendersi, risorse per la manutenzione e persone per cui occuparsene non significa lavorare in perdita.

Alle undici del mattino, sulla spiaggia della Garrofera, un ciclista si è fermato in terrazza per un bocadillo di carne di cavallo e aglio tenero, poi ha proseguito verso la pineta dove, secondo le notizie, dopo il recente incendio si sentiva ancora odore di bruciato. In questo dettaglio, né turistico né eroico, c'è molta della Valencia di oggi: il percorso abituale è ancora lì, il mare fa lo stesso rumore, ma accanto compare d'improvviso una striscia nera che non si riesce a ignorare.

Siamo abituati a chiamare la Devesa il polmone della città, l'Albufera il suo scudo naturale e le risaie il paesaggio senza il quale la paella sarebbe impensabile. Sono formule comode: fanno della natura una scenografia eterna. Ma una scenografia non chiede interventi di pulizia, non necessita di monitoraggio dopo un incendio e non si alza alle cinque e mezza del mattino per far tornare i conti della semina. Il vero paesaggio di Valencia assomiglia oggi meno a una cartolina che a un sistema complesso, nel quale un solo anello debole rende fragili tutti gli altri.

La natura attorno a Valencia è preziosa non perché sia «incontaminata», ma perché decisioni concrete la sostengono ogni giorno — oppure non lo fanno.

Dopo il fuoco, la cosa più importante non è la velocità

Nei Poblats del Sud, l'incendio ha lasciato una domanda particolarmente evidente: che cosa significa davvero «ripristinare» un bosco? Stando alle notizie, le fiamme hanno interessato 37 ettari della Devesa. Di fronte a una notizia simile, è facile chiedere che vengano piantati subito nuovi alberi: le piantine rendono bene in foto e danno l'impressione che l'emergenza sia chiusa. Ma un bosco non segue il calendario delle conferenze stampa.

Gli specialisti forestali, secondo quanto riportato, propongono prima di suddividere l'area in base al livello dei danni, valutare gli alberi pericolanti e aspettare il tempo necessario per capire le possibilità di rigenerazione naturale. Non è un invito a lasciare tutto com'è. È la richiesta di guardare dove si mettono i piedi: capire dove occorre intervenire, come trattare i residui legnosi, quali zone possono rinascere da sole e quali, senza aiuto, finiranno per trasformarsi in un ambiente diverso e più povero.

In questo contesto risulta particolarmente amaro il dibattito su un'area bruciata nel 2024. L'opposizione in municipio sostiene che vi prevalgano ancora canne e vegetazione infestante; i servizi comunali, stando alle notizie, hanno motivato l'approccio adottato allora con la rimozione degli alberi a rischio di caduta e il monitoraggio dell'area. Per chi vive qui conta meno stabilire chi vinca la disputa che capire una cosa: il recupero non si misura con un solo annuncio. Se un luogo resta per due anni terreno di accuse reciproche, insegna alla città una cattiva abitudine: scambiare l'avvio dei lavori per il loro risultato.

L'acqua non sa fare da sfondo

Nell'Albufera, questa stessa dipendenza dalla cura si legge non nei tronchi bruciati, ma nell'acqua che di solito si nota soltanto per il suo riflesso oltre le risaie. Secondo le notizie, uno studio ha rilevato che la zona umida del Tancat de la Pipa trattiene il 36% delle microplastiche provenienti dal canale di Catarroja e dalla foce del barranco del Poyo. Il dato non è importante perché autorizza a dichiarare vittoria, ma per il motivo opposto: persino una barriera verde che funziona non elimina il flusso di inquinanti che continua ad arrivarci.

Dello studio e delle ragioni per cui questo filtro non risolve il problema nel suo insieme abbiamo scritto diffusamente a parte. Qui conta un'altra conclusione. A Valencia ci sono sempre meno ragioni per separare ciò che è «urbano» da ciò che è «naturale»: una particella di plastica non riconosce i confini fra quartiere, strada, canale e laguna. Percorre un tragitto che siamo stati noi a disegnare con drenaggi, trasporti e l'abitudine di buttare ciò che non serve più.

Per questo le canne sul bordo dell'acqua non sono vegetazione romantica, ma una parte dell'infrastruttura urbana: viva e imperfetta. Non possono essere considerate un filtro gratuito, obbligato a farsene carico di tutto. Vanno trattate con la stessa lucidità riservata a qualsiasi opera ingegneristica: conoscendone i limiti, senza sovraccaricarle e verificandone lo stato. Altrimenti la parola «verde» diventa un modo per non guardare alla fonte del problema.

Anche la risaia è infrastruttura

La crepa più silenziosa di questo sistema attraversa le risaie. Secondo le notizie, un risicoltore di 51 anni di Catarroja, che lavora terreni a Catarroja, Silla, Sollana e Sueca, ammette che la prossima campagna potrebbe essere l'ultima: carburante, fertilizzanti, sementi e prodotti fitosanitari si mangiano il reddito. La sua frase — che per lavorare in perdita è meglio restare a casa — suona brutale soltanto finché non si pensa a quante persone devono continuare questo lavoro perché il paesaggio che conosciamo continui a esistere.

Le risaie non sono soltanto materia prima per i menu dei ristoranti e un bell'orizzonte in autunno. Sono lavoro, conoscenza dell'acqua, un ritmo stagionale nel quale la laguna e i suoi dintorni vivono da decenni. Quando le persone abbandonano questa professione, la città non perde un astratto «patrimonio»: perde la capacità di curare un territorio che, in seguito, sarà molto più costoso e difficile salvare con programmi amministrativi.

In questo senso, la pineta bruciata, il filtro d'acqua e un'azienda agricola i cui conti non tornano raccontano la stessa storia. A Valencia non basta amare l'Albufera nel fine settimana e difendere a parole la Devesa dopo un incendio. La cintura naturale della città si regge su un lavoro lungo e poco spettacolare: calcolo, pazienza e responsabilità per le conseguenze. La prossima volta che la strada per El Saler passerà accanto ai pini neri, alle canne e alle risaie, varrà la pena vedere non tre paesaggi diversi, ma un unico sistema che non sa riprendersi quando lo decidiamo noi.

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